L'esperto della psiche non può esimersi dal confronto
Perché uno psicologo psicoterapeuta dovrebbe mantenere un atteggiamento critico verso il mondo contemporaneo, nei confronti dello spirito del suo tempo, mettendo ad esempio in discussione un legittimo desiderio di maternità e/o paternità?
DOTT.SSA SIMONETTA PUTTI
Condividendo le idee e motivazioni espresse, quelle che peraltro hanno costituito l’assetto di base dal quale ci siamo mosse per scrivere il libro a più mani “Utero in Anima”[1], posso soffermarmi qui su pochi ulteriori spunti.
Io penso che l’esperto della psiche, e soprattutto chi con la psiche del paziente si confronta quotidianamente, non possa esimersi dal compito di essere nel mondo.
L’osservatorio clinico nel quale ci muoviamo, come psicoterapeuti e psicoanalisti, è un osservatorio privilegiato che ci consente di tenere e tastare il polso della realtà, quella che il paziente vive e porta nel temenos, nello spazio/tempo della seduta.
L’etica e la deontologia professionale ci ricordano costantemente che noi dobbiamo accogliere la domanda del paziente, nell’ascolto e nel rispetto, senza interferenze ideologiche, attivando un percorso di conoscenza e autoconoscenza che consenta la decifrazione del disagio/sofferenza, in vista di un senso che promuova la progressiva realizzazione delle parti più autentiche della persona. Avviando quel percorso che Jung ha chiamato ‘individuazione’.
Noi sappiamo che - per Jung - il processo di individuazione (inteso come meta tendenziale che non potrà essere pienamente raggiunta) consiste in estrema sintesi nel rendere l’Uomo In-dividuo, affrancandolo dalle strettoie e dai condizionamenti personali (consci e inconsci), nonché dalle pressioni eccessive di una dimensione sociale che Jung denomina Coscienza e Inconscio collettivi, consentendogli di diventare “quello che è realmente”[2].
In altre parole, nel temenos il collettivo entra attraverso il vissuto del paziente e ci chiama ad un ascolto e ad uno sguardo consapevoli della contemporaneità[3], ovvero di una dimensione diversa – a mio parere – dall’essere soltanto “specchio” dell’Altro.
Lo psicoterapeuta e/o psicoanalista è chiamato oggi anche ad entrare in una relazione di pensiero e confronto con il paziente sui temi urgenti che l’attualità del nostro tempo propone. Poter e saper mostrare quali percorsi esistano e quali conseguenze si possano attendere dalle possibili scelte, in vista anche di una crescita progressiva del senso di responsabilità, è parte strutturale del percorso.
Jung riconosceva che la psicoterapia è un procedimento dialettico, un dialogo, un confronto tra due persone.[4]
L’analista può e deve, a mio parere, avere le proprie idee su quanto avviene nel mondo, e saperle esprimere con chiarezza e responsabilità - se richiesto - sempre nel rispetto della posizione dell’Altro, allo scopo di attivarne la capacità di critica ed il processo verso nuove sintesi. Ed anche – come oggi frequentemente accade – poter e saper esprimersi nella qualità di ‘esperto’ nei vari momenti di dibattito e confronto pubblico.
Concordo infatti sulla opportunità e desiderabilità dell’engagement, così come spesso evidenziato dai colleghi Favero e Candellieri[5], ovvero credo che l’analista oggi possa/debba ingaggiarsi nel sociale esprimendo la propria concezione del mondo ed i propri valori.
[1] Ceresa, S.G., Bianchi, V., Putti, S., Utero in Anima, Roma, Lithos Editrice, 2016
[2] Jung, C. G., Pratica della Psicoterapia, in Opere, Boringhieri, Torino, 1981, Vol. XVI, pag.14.
[3] Agamben, G., Che cos’è il contemporaneo?, Roma, Nottetempo Editore, 2008
[4] Jung, C. G., Pratica della Psicoterapia, in Opere, Boringhieri, Torino, 1981, Vol. XVI, pag.7
[5] Favero, D.- Candellieri, S, Lo psicoanalista engagé, relazione presentata al congresso internazionale “ANALYSIS AND ACTIVISM: SOCIAL AND POLITICAL CONTRIBUTIONS OF JUNGIAN PSYCHOLOGY”, Roma, dicembre 2015
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