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La resilienza: una capacità essenziale per superare le avversità della vita

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on . Postato in Il lavoro della psicologia | Letto 2269 volte

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Sempre più spesso, specialmente nell’ultimo periodo, si è sentito parlare nei servizi giornalistici, in televisione o in radio del termine resilienza. Ma cosa si intende con esso? E perché è così importante nella vita?

di Lorenza Fiorilli

La resilienza una capacità essenziale per superare le avversità della vita

La psicologia ha preso “in prestito” questo concetto dalla fisica, con il quale si indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e di riacquistare un assetto più possibile simile a quello originario.

Come un pezzo di metallo può subire degli urti e ritrovare una nuova forma, anche gli esseri umani hanno in sé la capacità di fronteggiare e superare un evento traumatico o un forte stress.

Ognuno di noi, chi più chi meno, ha dovuto fare i conti, nella vita, con un evento negativo: un lutto, una malattia improvvisa, la fine traumatica di una relazione amorosa, un tradimento da parte di una persona di cui ci fidavamo, un evento scioccante ed improvviso come un terremoto; o, in questi ultimi mesi, la pandemia a cui tutti noi stiamo assistendo.

Quando l’essere umano si trova ad affrontare queste circostanze, le prime sensazioni sono impotenza, dolore, sconcerto, delusione, rabbia, frustrazione; alcuni si fanno abbattere da queste emozioni negative, altri no. Da cosa dipende ciò?

Dal fatto di avere o no una personalità resiliente: ovvero, non solo di possedere la capacità di riuscire ad accettare e superare gli eventi negativi che la vita ci pone davanti, ma anche, e soprattutto, di vederli non come una sconfitta, non come una perdita di qualcosa o qualcuno, ma come una nuova opportunità da cui scoprire lati di noi che non sapevamo di avere, dalla quale rialzarsi e rinascere più forti di prima, dalla quale organizzare in maniera diversa la nostra quotidianità, e dalla quale, perfino uscirne “trasformati”.

Non è semplice, e neanche immediato tutto ciò, ma come afferma il noto psicologo statunitense George Bonanno: “Il genere umano è portato naturalmente alla resilienza”.

E’ essenziale, dopo una circostanza negativa o traumatica, non percepire noi stessi come vittime, non cadere nella trappola dell’autocommiserazione, non rassegnarsi con passività al corso degli eventi.

Ovviamente, ogni persona ha un proprio vissuto, ha un backgound culturale e sociale che può facilitare il mettere in atto un comportamento resiliente. Ci sono, però, alcuni fattori e risorse personali che possono contribuire a tutto ciò.

Tra questi:

  • avere una rete sociale e affettiva di supporto (parenti ed amici) e cercare di creare nuovi legami, anche all’interno di un’ associazione di volontariato.
  • accettare i cambiamenti come parte della vita stessa e non rimanere ancorati ad obiettivi che, in quel particolare momento, non si possono raggiungere.
  • guardare agli eventi da un'altra prospettiva, cercando di non cadere nel catastrofismo ma adottando un tipo di pensiero più realistico ed equilibrato.
  • perseguire sempre i propri obiettivi, compiendo ogni giorno un nuovo passo che ci consenta di arrivare alla meta.
  • nutrire l’autostima, anche, semplicemente, aiutando un amico in difficoltà o una persona in un momento di bisogno. Fare tutto ciò che ci fa sentire utili.
  • prendersi cura di se stessi e del proprio corpo, anche dedicando, semplicemente, un po di tempo alle cose che ci piace fare o che ci danno gioia o praticare esercizio fisico quotidiano.
  • continuare ad avere sempre uno sguardo fiducioso e speranzoso sul futuro.

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Collegato al concetto di resilienza c’è quello di coping, termine che, in ambito psicologico, indica l’insieme degli sforzi che un individuo mette in atto per ridurre o dominare gli eventi che lo minacciano; più semplicemente, esso indica i comportamenti che mettiamo in atto per fronteggiare un evento stressante.

Si individuano, in genere, quattro strategie di coping:

  • quello centrato sulle emozioni che riguarda la gestione delle emozioni negative scaturite da un evento avverso, cercando di alleviare o ridurre il disagio da derivanti da esse.
  • il coping centrato sul problema che si concentra nell’affrontare le cause del problema. L’individuo tende di comprendere meglio le cause del problema, cercando di risolverlo concretamente.
  • il coping evitante con il quale, come suggerisce il nome stesso, si cerca di mettere da parte la causa dello stress, negando il problema o fuggendo da esso.
  • il coping vigilante con il quale si affronta la situazione mettendo in atto azioni concrete, quali, ad esempio, cercare più informazioni riguardo quel particolare problema o chiedere aiuto al altre persone.

Ovviamente, tale classificazione non è cosi “rigida”: alcune persone possono mettere in atto più strategie di coping contemporaneamente oppure passare da un tipo ad un altro, quando uno di essi si riveli inadeguato per l’individuo.

Non si può impedire agli eventi negativi di accadere, lo vorremmo tutti, ma la vita non va così: essa è piena di imprevisti, di sorprese, ma soprattutto di cambiamenti, che fanno parte della natura stessa: come un albero non ha le stesse sembianze in autunno e in primavera, il mare non ha lo stesso colore in Agosto o in Febbraio, il piumaggio degli animali muta al cambiare delle condizioni climatiche, noi non siamo le stesse persone di qualche anno o mese fa, e non saremo, tra qualche mese o anno, le stesse persone che siamo oggi.

Facciamo in modo che gli urti che subiamo non ci spezzino, ma ci plasmino in una nuova forma.

 

A cura della Dott.ssa Lorenza Fiorilli

 


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Tags: psicologia resilienza coping

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