Ricordi, sogni, riflessioni (Jung 1961) - VI parte
[…] Non ero affatto libero dal pregiudizio comune e dalla violenza della coscienza che vuol credere che ogni ispirazione di una certa importanza sia merito proprio, e che solo reazioni di minor valore siano dovute al caso o addirittura provengano da fonti esterne. Il giorno seguente, da questa irritazione e da questa disarmonia interiore, nacque un mandala alterato: una parte del cerchio era rotta e la simmetria era turbata. Solo un po’ per volta scoprii che cosa è veramente il mandala, “Formazione, trasformazione, della Mente eterna, eterna ricreazione” (Faust, parte seconda). E questo è il Sé, la personalità nella sua interezza, che è armoniosa se tutto va bene, ma non sopporta l’autoinganno. I miei mandala erano crittogrammi concernenti lo stato del mio Sé, che mi erano proposti quotidianamente. In essi vedevo come il Sé, cioè la mia totalità, operava. Certo, dapprima potevo capirli solo vagamente: ma mi sembravano molto significativi, e li custodivo come gemme preziose. Avevo la netta sensazione di qualcosa di centrale e, col tempo, grazie ad essi, acquisii una viva rappresentazione del Sé. Mi appariva come la monade che io sono e che è il mio mondo. Il mandala rappresenta questa monade, e corrisponde alla natura microcosmica dell’anima. Non so più quanti mandala disegnai allora, ma furono moltissimi. Mentre li disegnavo, ripetutamente mi si poneva il problema: “A che porta questo processo? Qual è la sua meta?”. Per personale esperienza sapevo che per ora non potevo presumere di scegliere una meta che mi paresse degna di fiducia. Avevo visto che dovevo abbandonare del tutto l’idea della supremazia dell’io. La prova era già fallita: volevo continuare l’elaborazione scientifica dei miti, così come l’avevo iniziata nel libro Watidlungen und Symbole der Libido. Quella era la mia meta, ma non dovevo pensarci! Ero costretto a seguire io stesso il processo dell’inconscio. Dovevo lasciarmi portare dalla corrente, senza sapere dove mi avrebbe condotto. Quando cominciai a disegnare i mandala, comunque, vidi che tutto, tutte le strade che avevo seguito, tutti i passi intrapresi, riportavano sempre a un solo punto, cioè nel mezzo. Mi fu sempre più chiaro che il mandala è il centro. È l’espressione di tutte le vie. È la via al centro, alla individuazione. Durante quegli anni, tra il 1918 e il 1920, cominciai a capire che lo scopo dello sviluppo psichico è il Sé. Non vi è una evoluzione lineare; vi è solo un andare attorno al Sé. Uno sviluppo uniforme esiste, al più, solo al principio; dopo, tutto tende al centro. Questo convincimento mi diede stabilità, e un po’ per volta ritornò la mia pace interiore. Sapevo che nel trovare il mandala come un’espressione del Sé avevo raggiunto ciò che per me era il vertice. Forse qualcun altro ne sa di più, io no” […] (p. 240-41)
Jung C. G. (1961), Ricordi, sogni e riflessioni, a cura di A. Jaffè, tr. It. Rizzoli, Milano, 1978.
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