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Contemporaneamente - Luci ed ombre del Millennio

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Distopie possibili (ma la speranza è donna)

distopie possibiliQualche giorno fa ho partecipato al Book Speed Date organizzato da un noto caffè-libreria torinese (Luna’s Torta, in via Belfiore 50 – www.lunastorta.eu) in compagnia di altre tre scrittrici (Noemi Cuffia, Alessandra Racca, Laura Salvai). Quattro voci femminili per quattro libri scritti da donne; storie amate, narrazioni predilette, personaggi preferiti.

Io ho presentato “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, un romanzo distopico quanto basta per non essere così distante dal nostro tempo, dalla realtà contemporanea - realtà che, nel 1985 (anno in cui il libro è stato scritto), era ancora soltanto visione di un futuro possibile.

Della Atwood ho letto diverse poesie e alcuni romanzi che mi hanno coinvolta emotivamente offrendomi stimoli di riflessione e accendendo barlumi nella mia coscienza. Annovero le storie di questa ultrasettantenne canadese tra le più belle e toccanti che io abbia mai letto, e mi immergo ammirata nella sua narrazione di mondi che stanno a metà strada tra l’onirico e il probabile, che emergono al crocicchio tra le vie che si parano di fronte agli uomini e alle donne di oggi. Visionaria ma concreta, saggia e sciamana della parola, la Atwood apre percorsi a più livelli per i lettori attenti; chi si addentra, per esempio, nelle pagine avvincenti de “L’assassino cieco”, si trova ad avere a che fare con più storie in uno stesso romanzo, ed è inevitabile: ci si trova a dover fare appello a tutte le funzioni psichiche, anche quelle meno usate tra pensiero e sentimento, intuizione e sensazione.

Margaret Atwood è poetessa, è femminista, è ambientalista, critica letteraria, romanziera. Con “L’assassino cieco” ha vinto il Booker Prize nel 2000, ma di vittorie letterarie ne ha conseguite diverse. Anima attenta agli eventi del mondo, preoccupata per l’andamento delle faccende umane, operativa in prima linea nelle questioni di “intelligenza ecologica”. Attraverso la scrittura, questa autrice denuncia i temi dai quali scaturisce il suo stesso concreto impegno nell’arte e nella vita – lo scrittore come mezzo di se stesso, tramite per un fine dire ai lettori alcuni finali possibili, se i lettori sono disposti ad accogliere riflessioni sulla nostra umana fine.

Da “Il racconto dell’ancella” è stato anche tratto uno sceneggiato televisivo per il servizio di video in streaming Hulu. L’adattamento, che sembra fedele al romanzo in questione, è di quest’anno e nasce dall’idea di Bruce Miller con Joseph Fiennes ed Elisabeth Moss, tra gli altri.

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Mentre tessevo le mie impressioni a partire dal libro, raccontando sprazzi di uno scenario inquietante alle persone intervenute all’evento, mi sono resa conto – rea! - di non aver ancora compreso un elemento essenziale del testo. Si trattava di un bagliore non troppo evidente, in effetti, pronto per farsi ulteriore stimolo alla riflessione. Il bagliore suddetto se ne stava lì, nascosto in mezzo alle parole, come un fil rouge (un filo rosso del vestito dell’ancella?) ancora da estrapolare. Fino a quel momento, io mi stavo focalizzando essenzialmente sugli aspetti ‘neri’ della trama, senza svelarla (naturalmente!), senza ‘spoilerarla’ del tutto, bensì tratteggiandola. Vedevo in prima fila gli elementi post atomici, le industrie del potere, le torture e le limitazioni, le punizioni e gli ostacoli, l’anima prigioniera, la donna resa mero vaso non della trasformazione alchemica ma della riproduzione seriale. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Il filo rosso stava per emergere dalla riflessione sulle oscurità, perché solo addentrandosi nelle ombre si può scorgere il lumino. Se ci bloccassimo di fronte al nostro stesso timore, senza osare, senza cercare un guizzo di coraggio, non troveremmo di certo la strada e resteremmo comunque, prima o poi, al buio. Mi rendevo conto, lo ammetto, di essere sul punto di scorgere, nel ‘qui e ora’ della mia presentazione letteraria, una vitale intuizione.

Le mie ascoltatrici, soprattutto donne, si sentivano leggermente inquiete. D’altronde, chi non lo sarebbe di fronte a scenari post-atomici, all’idea delle radiazioni che devastano l’ambiente e aumentano il rischio di generare creature a più teste o senza arti?

Chi di voi – di noi – non si sente più che angosciato, quando si mette a leggere i quotidiani?

Lo scenario descritto dalla Atwood, ribadisco, più che distopia è quasi realtà.

In alcuni paesi, occorre dirlo, è già realtà. Le donne trattate come schiave per fini riproduttivi, divise in rigide categorie: penso alle case indiane, nepalesi, cinesi dentro le quali, per i nove mesi di gravidanza, albergano le madri surrogate (per esempio: https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2016/02/01/india-la-clinica-delle-madri-surrogate/) Nella città dell’ancella, Galaad, le donne sono divise in caste: Mogli, Marte (le domestiche), Ancelle, Zie (le istitutrici). Le Ancelle svolgono la funzione di contenitori per il seme dei Comandanti, per un desiderio asettico, votato alla necessità riproduttiva, al fine di scongiurare l’estinzione umana. La storia è certamente ambientata nel futuro ma si tratta di un futuro prossimo probabile, se consideriamo la realistica eventualità di qualche altra ‘Fukushima’ o ‘Chernobyl’ o nuove catastrofi annunciate, e se teniamo conto della questione ‘infertilità’: https://www.apa.org/search.aspx?query=infertility

Difred è la protagonista del romanzo, ed è una donna ancora giovane e fertile, strappata alla propria vita libera (l’uomo amato, una figlia) per esaudire, appunto, non un desiderio ma una necessità, ovvero la continuazione della specie attraverso la discendenza delle èlite (i Comandanti). Sottomessa alle regole rigidissime della tirannia ormai vigente, procedendo all’interno di ambientazioni che mi riportano alla memoria le pagine di Cormac McCarthy (“La strada”, del 2006) e quelle di P.D. James (“I figli degli uomini”, del 1992), nonché il 1984 orwelliano e la voce millenaria di Shahrazad, Difred non è affatto completamente schiava. Non è muta: scrive le proprie memorie in forma di diario e a modo suo spera, agisce, si ribella. Come nella Kee (che suona così vicino a ‘key’, la chiave) de “I figli degli uomini”, la speranza porta alla reazione, alla ricerca di ciò che va ‘oltre’ nell’altro.

È proprio vero che la speranza è l’ultima a morire, anzi: essendo terreno fertile, utero pregno e luogo fecondo, la speranza GENERA le nuove possibilità. Ecco, mi trovo a sorridere, non senza un filo di pelle d’oca, con il mio filo rosso in mano. Fil rouge speranzoso, filo- figlio di tela di donna, di trama narrata da una grande scrittrice. La speranza, se concepita, genera…

La figura di Difred è dunque portatrice e creatrice della propria speranza, e della nostra, attraverso le parole di Margaret Atwood. Non solo in quanto vaso alchemico, contenitore dell’homunculus ambito dalla società imitatrice del divino senso, ma in quanto narratrice, in quando Arianna dei labirinti distopici e tessitrice di trame future.

 

 

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