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La Claustrofilia sovranista

La Claustrofilia sovranistaIn ogni passaggio dell’anno c’è sempre nella fantasia individuale, collettiva il desiderio che ciò che accadrà sarà meglio di ciò che è stato. In molte regioni dell'Europa continentale a confermare questo auspicio della tradizione contadina e della società postideologica, ipertecnologica attuale permane il rito del falò.

Il rituale del fuoco della purificazione, della consacrazione coincide con le ricorrenze religiose cristiane, paleocristiane oppure celtiche. Il falò è un archetipo polisemico che richiama significanti bivalenti, contrapposti: vecchio/nuovo, bene/male, puro/impuro, costruttivo/distruttivo, la catena è lunga.

L’oggetto rituale del fuoco, permanendo come atto manifesto di questo ambiente sociale ipertecnologico, postideologico e attratto da nuovi androidi richiama l’archetipo del calore, dell’ascolto di Sé e dell’Altro.

In tutti i paesi sovranista o antisovranista il rituale della tradizione s’intreccia con consumo/tradizione, con sacro/profano che si contamina con la mostra tecnologica, robotica, telematica e del drone: è un fenomeno sociale che coinvolge, non solo le provincie, le periferie, le campagne ma anche le città metropolitane.

Se il rito della ricorrenza è secolarizzato, e non evoca significanti di appartenenza, allora si generano comportamenti socializzanti e svolge una funzione aggregativa: in questo caso lo spazio è partecipato e coinvolgente.

Se il luogo del rito assume delle connotazioni di appartenenza, riconoscimento, sacralità, allora lo spazio diventa quello dell’inclusione e dell’esclusione, generando una dialettica circolare claustrofobica e claustrofilica: inclusione/esclusione.

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L’individuo che condivide l’oggetto totemico mettendosi in contatto con gli altri appartenenti costruisce una struttura sociale di condivisione dell’oggetto spazio difendendolo dagli Altri.

Lo spazio è il luogo sociale, culturale, economico che deve essere salvaguardato da contaminazioni provenienti dall’esterno o dall’interno: l’amore per il proprio spazio territoriale si trasforma in un culto totemico.

In questo modo l’oggetto d’amore per Sé e per gli appartenenti è esclusivo: chi non condivide il proprio territorio è considerato altro da Sé. Per accedere nello stesso spazio totemico gli individui, che stanno fuori, oppure pur essendo dentro lo stesso spazio non si integrano, per essere parte devono introiettare l’oggetto.

L’individuo che fa parte dello spazio totemico, ma lo vive come un luogo costrittivo, pericoloso, fobico è spaventato e vive con la paura di essere scoperto, messo al bando: per reggere la situazione è costretto ad adattarsi, ma per far questo deve costruire un finto Sé.

Viceversa, il claustrofilico essendo spaventato da tutto quello che sta fuori, per proteggersi dall’insicurezza percepita, prodotta dal proprio spazio totemico, è costretto a costruire delle difese esterne di protezione.

 

 

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