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Omicidio e adolescenza

omicidio adolescenzaLa cronaca internazionale, nazionale e locale riporta ricorrentemente degli evento sociali eclatanti che mettono al centro il comportamento violento dell'adolescente. La violenza dell'adolescente si manifesta nel ciclo della vita compresa fra la pubertà e la maturità, che è caratterizzata da una rapida trasformazione psico-fisica e dalla ricerca di un'identità stabile ed indipendente.

Il comportamento violento dell'adolescente pone degli interrogativi di tipo psicologico, sociale, etico e giuridico. In particolare l'omicidio dell'adolescente determina uno stato perturbante, disarmante  e insinua nei genitori, negli insegnanti, negli adulti  degli interrogativi riguardo a come rapportarsi. Si genera silenziosamente negli adulti una paura, un'ansia nei confronti di questo “essere” che può trasformarsi da angelo a demone per un non nulla.

Uccidere la madre e ferire a morte il padre della ragazza perché non allenta il cordone di protezione nei confronti della figlia, suscita delle domande profonde.  L'omicidio “passionale” causato dal diciottenne con il sostegno della fidanzatina evidenzia quanto sia labile la capacità di controllare, tollerare la frustrazione e quanto l'aggressività sia presente nel giovane.

Nell'adolescenza, secondo la neuropsicologia, lo sviluppo del cervello, il suo funzionamento avviene in modo asimmetrico; questa asimmetria encefalica  predispone a commettere atti violenti, di sfida e antisociali.  Negli adulti la corteccia prefrontale agisce sul controllo e sull'interpretazione delle emozioni che provengono dal sistema limbico e dell'amigdala che sono dei nuclei associati agli impulsi e all'aggressività.

Negli adolescenti la struttura frontale non è ancora sviluppata completamente ed è incapace di modulare le reazioni emotive che sono sollecitate da questi nuclei primitivi (limbico, amigdala) che sono già funzionanti. Il cervello, essendo estremamente sensibile alle influenze comportamentali, manifesta delle difficoltà nel controllare una condotta socialmente accettabile.

Evidenze empiriche fanno osservare come dall'infanzia e in particolare nell'adolescenza, i lobi frontali subiscono delle modificazioni. Ciò fornisce un contributo alla comprensione di comportamenti violenti e antisociali degli adolescenti. C'è una particolare tendenza da parte degli adolescenti a mettere in atto comportamenti impulsivi e violenti a causa  di una struttura cerebrale frontale non ancora completamente sviluppata e maturata. L'adolescente non è ancora pronto ad utilizzare con efficienza i propri skills cognitivi di pianificazione e di giudizio; sono importanti le competenze che  sviluppate e acquisite modulano le impulsività; al fattore biologico va aggiunto oltre al contesto sociale di appartenenza anche quello riguardante la storia individuale.

Tuttavia bisogna evitare l'errore logico di attribuire al cervello la sola chiave che decodifica la complessità del comportamento umano compreso quello criminale.

E' un rischio riduzionistico che va assolutamente evitato perché spiega solo in parte l'atto: non tutti commettono atti violenti o omicidari.
Bisogna tenere presente la subcultura di appartenenza, il contesto sociale, familiare, la circostanza, la tenuta psicologica dell'individuo a controllare l'insofferenza, la deprivazione, la dipendenza, la rabbia, la separazione.

E' un errore giustificatorio di tipo psicologico, sociologico e biologico estrapolare l'adolescente dal contesto sociale e giuridico. L'adolescente appartiene ad una comunità con delle regole, delle norme; è dentro questo contenitore giuridico che l'atto violento omicidario dell'adolescente va valutato.

 

La vita che scegliamo
Il disagio non è fatto per durare
 

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