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Psicologia delle Migrazioni

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Mi hanno dato in pasto ai cani

mi hanno dato in pasto ai cani 2Una frase come questa non l’avevo mai sentita.  Poiché mi è stata detta dal ragazzo somalo in inglese, ho pensato di non aver capito bene. Ma poi i dettagli della sua permanenza in Libia, per quanto sia abituata ad ascoltare di tutto, mi hanno fatto rabbrividire.

Era il mio primo colloquio con Abram in uno dei nostri centri di accoglienza.

Era arrivato in Libia come tutti gli altri profughi  etiopi, eritrei, somali, sudanesi… e vi era rimasto per due anni, dove aveva lavorato come muratore. Un muratore-schiavo, come tanti altri.

Durante il giorno lavoravano al servizio dei padroni, tutti ugualmente crudeli, a quanto riferiscono tutti i profughi passati dalla Libia. Alla sera venivano riportati in una specie di capannone, dove venivano rinchiusi fino al mattino successivo. E tutti i giorni venivano  picchiati a sangue.

Il suo racconto fino a qui era uguale a quello di tutti gli altri ragazzi.

Può essere orribile, ma è così, quasi nessuno dei migranti che ho conosciuto e che è partito dalla Libia è riuscito a sfuggire a queste violenze.

Abram però era diverso dagli altri. Cupo e tormentato, si guardava intorno senza mai posare lo sguardo su qualcosa di preciso, parlava e raccontava, con lunghi momenti di pausa, come se lui fosse alla ricerca dei ricordi o delle parole per comunicarli. E ne avesse paura, anche solo a parlarne.

Il suo stato psichico sembrava decisamente alterato.

E quando mi ha detto che, dopo averlo picchiato a lungo, lo avevano dato in pasto ai cani, ho avuto anch’io un momento di shock.

Mi ha mostrato quindi gli esiti dei morsi che i cani avevano inflitto alle varie parti del suo corpo.

Alle braccia, soprattutto, con le quali lui aveva cercato di proteggersi il viso, alla schiena e all’addome.

Ora sono solo dei ricordi, dei segni neri sulla sua pelle già scura.

Forse, se lui non me lo avesse detto, non avrei neanche indagato più di tanto.

Per me ormai rilevare sul corpo di questi ragazzi esiti di ferite, percosse, tumefazioni più o meno recenti, infezioni cutanee che si sono estese a tutto il corpo, fa parte della normalità. Sembra assurdo dirlo, ma è diventata un eccezione che un ragazzo proveniente da quei paesi dica:  “tutto ok”.

E’ quindi più che vero che quando i migranti salgono sulle navi che li aspettano a dodici miglia dalla Libia sul Mare Mediterraneo iniziano una nuova vita.
Ma questa nuova vita per Abram è complicata.

E’ felice di essere sfuggito alla morte alla quale sembrava già predestinato, ma nello stesso tempo si rende conto di non essere più padrone della sua mente.

mi hanno dato in pasto ai cani 1Da’ l’impressione di essere un viaggiatore cieco, senza passato e senza avvenire.

Per fortuna ha un presente e sono sicura che piano piano recupererà anche le cose belle del suo passato e forse riuscirà, opportunamente sostenuto, a costruirsi un avvenire.

I giorni in cui veniva dato in pasto ai cani però non potranno mai scomparire. Siamo di fronte a un forte disturbo da stress post traumatico e nessuno di noi ha delle bacchette magiche per cancellare un trauma così potente.

Abram ha avuto però  quella che io ritengo sia una grande fortuna, cioè quella di essere destinato a un centro di accoglienza che si occupa davvero dei propri ospiti.

Non è abbandonato a sé stesso, come spesso succede, nell’attesa che trascorra il tempo per arrivare ad una commissione che decide della vita delle persone senza neanche ascoltarle.

Dobbiamo valutare il danno cerebrale, prima di tutto, e poi quello psichico.

Nel frattempo è circondato da persone che si occupano di lui con competenza ma anche con affetto e tutto sommato, vedendo i cambiamenti che già sono avvenuti, io sono ottimista.

 

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