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Psicologia delle Migrazioni

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Ricostruire una vita

ricostruire una vitaLavorare con i migranti vuole dire molto spesso aiutarli a ricostruirsi una vita.

Questo è quello che succede fin dai primi momenti dell’accoglienza, sopra tutto in situazioni estremamente difficili in cui le persone arrivano sole perché hanno perso tutto: famiglia, amici, paese di origine.

Che arrivino dalle spiagge libiche o camminando senza mai fermarsi, dopo aver attraversato dieci paesi prima di arrivare a noi, le cose non cambiano. Sono disperati!

Hanno l’aria sperduta, non parlano con nessuno, spesso hanno gli occhi pieni di lacrime.
Li individuiamo facilmente, anche se spesso i profughi arrivano a centinaia.
Quasi sempre sono gli altri operatori a segnalarmeli e mi chiamano, anche di notte.

Altre volte me ne accorgo da sola, guardandomi intorno, quando sono nei centri  di accoglienza. Certamente sono facilitata dalla mia professione di medico.
Se devo occuparmi di un problema fisico, non posso non occuparmi anche di quello psicologico.

Così posso passare dalla cura di un mal di gola o dalla medicazione di qualche ferita infetta, alla comunicazione più diretta con la persona di cui mi sto occupando. E a volte non occorrono neanche le parole; se non abbiamo un linguaggio comune ci sono i gesti, i disegni e google translator,  grande invenzione tecnologica per lingue di paesi assai lontani dove si parla Farsi, Bangla, Urdu….

I primi momenti dell’incontro sono cruciali: sono quelli in cui la persona che hai davanti decide se fidarsi o meno di te. E qui non si parla del dolore addominale e dell’ascesso da curare, ma di aprire lo spiraglio a una nuova vita.

Se tutto va bene, come di solito succede, nei giorni successivi e nei mesi successivi  la relazione continua e io posso seguire quasi giorno per giorno tutte le conquiste che il paziente riesce a fare. Anche se va in Svezia, in Germania o in qualsiasi parte dell’Europa.

Sono interventi molto impegnativi, ma di grande soddisfazione.

Fatima è da tre anni in Olanda con la sua nuova famiglia, Ihrahim si è sposato e vive in Francia con la moglie e il figlio, Samir insegna arabo in Germania.
All’inizio la diagnosi per loro è stata quella di “Disturbo da stress post traumatico”.

Una diagnosi che al giorno d’oggi ci ritroviamo a fare molto spesso per un disturbo che è assolutamente compatibile con la situazione in cui i profughi vengono a trovarsi. Ma per fortuna dopo la diagnosi iniziale non dobbiamo ricorrere necessariamente né a ricoveri coatti nè a terapie farmacologiche di lunga durata.

Una buona accoglienza insieme all’amore per il proprio lavoro e per le persone delle quali ci dobbiamo prendere cura riducono gli interventi farmacologici al 5%.

 

 

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